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Il giorno di Carnevale, al grido: "Menàte
pe'ssant'Antuóno!...", i monelli del quartiere questuavano
suppellettili inservibili e ogni altra sorta di legna
da ardere, per alimentare il cippo, monumentale falò,
destinato a salutare l'inizio del Carnevale e a propiziare
lunghi periodi di sole, nel momento in cui, superato il
solstizio d'inverno, le giornate tendono ad allungarsi.
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"Carnuvale mio è muorto!..." "E
chiammàmmol''e schiattamuorte!..." "Carnuvale
mio è muorto!..." "Ah, si sapeva ca murive,
t'abbuffav''e scorz''e lupine, gioja soja!...".
Al grido, d'un beffardo sconforto, della vecchia vedova
di Carnevale, tanto ripugnante, quanto ridicola, faceva
eco l'altro, non meno beffardo, dei monelli che le saltavano
intorno, mentre ella si torceva le mani, simulando tutto
il suo dolore per la perdita del compagno. La scena si
ripeteva, fino a poco più d'una trentina d'anni
fa, ogni martedì grasso, per le strade del vecchio
Vomero, al seguito d'un tavuto vuoto, deposto su un carretto
trainato da un mulo o da un asino, preceduto da una raffazzonata
banda musicale e seguito dalla vecchia vedova di Carnevale
- la quale altro non era, che un fantoccio di stracci
e segatura -, posta a cavalcioni sulle spalle d'un Pulcinella
danzante, o avvinghiata alla sua pancia. Infine, giunti
sotto al ponte di via Conte della Cerra, all'esplosione
delle castagnole, Pulcinella moveva gli ultimi passi della
sua danza, sempre sorreg-gendo sulle sue spalle la vecchia,
quasi come il fardello delle preoccupazioni che l'umanità
aveva inteso scaricargli addosso, almeno per un giorno.
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